IL MULINO DI AMPIANO - Cellula de ‘LIS AGANIS’ Ecomuseo delle Dolomiti Friulane

Il manufatto si trova in Comune di Pinzano al Tagliamento, ridente località collinare che situata sulla destra Tagliamento  a 202 m. sul livello del mare e si estende su una superficie di ca. 22kmq; comprende sette frazioni fra cui Borgo Ampiano che delimita, a est del torrente Cosa, il confine con il Comune di Sequals. La storia del mulino è stata per molti anni piuttosto confusa e difficile da ricostruire. Le prime notizie risalgono al 1320 quando con un affitto simbolico veniva concesso in locazione dalla Confraternita dei Battuti di Valeriano: “…il 20 Febbraio 1320 danno in locazione ‘iure livelli’ a pre Simone, vicario in Valeriano,  una parte del loro mulino sulla Roia del Cosa per 4 libbre di buon pepe da pagarsi annualmente a gennaio…”. La proprietà passa successivamente alla famiglia dei Savorgnan (feudatari del castello di Pinzano al Tagliamento) che richiedeva “… una sola libbra di pepe all’anno.” Nuove notizie si hanno nel 1737, l’11 Luglio quando Marietta Tommasini e i suoi due figli Tommaso e Giovanni, affittano lo stabile a Iseppo Belgrado ad un canone di 10 ducati e un omaggio di due capponi all’anno in favore della Chiesa di Santa  Maria dei Battuti con la clausola che vietava di adibire il fabbricato ad uso di mulino. Soltanto nel 1830 si hanno tracce della registrazione di un mulino da grano con annessa una sega da legnami. La proprietà risulta di Antonio Belgrado, al quale si affianca, a partire dal 1862 Antonio Bortuzzo. Il mulino viene poi acquistato da Giovanni Polli che vi installa anche una trebbia esterna sul lato est del manufatto. La famiglia Polli  prosegue l’attività fino al 1969 e cessa con la morte dell’ultimo mugnaio Odovilio Polli. Nel corso dei suoi  600 anni di storia il mulino ha subito diverse trasformazioni di carattere strutturale sia di ampliamento che di consolidamento. Gli interventi più significativi sono stati effettuati nel 1700, come riporta la data sulla volta della porta d’accesso alla corte. L’edificio viene sopraelevato una prima volta e viene modificata in parte la struttura di copertura. Nell’800 viene aggiunto il corpo su strada che modifica la facciata sud del mulino con la costruzione del solaio che divide lo spazio in due locali: quello superiore destinato al deposito di cereali mentre in quello inferiore trova collocazione l’officina  con le sue attrezzature. Alla fine degli anni trenta con l’introduzione dei mulini a rulli di tipo ungherese, l’edificio viene nuovamente ampliato con l’aggiunta della torretta che lo caratterizza nel suo aspetto esterno. Nello stesso tempo le quattro ruote a pale che fornivano forza motrice per  il funzionamento della sega da legname, del  tornio, della sega a nastro, della mola  e di altre attrezzature dell’officina, venivano sostituite con una turbina. L’energia prodotta forniva corrente elettrica anche alle abitazioni che allora costituivano il borgo. Il terremoto del 1976 ha danneggiato gravemente le strutture dell’edificio e parte del  suo contenuto. Dal 1991 il manufatto è diventato patrimonio del Comune di Pinzano al Tagliamento con la finalità di preservare la testimonianza storica e culturale della civiltà contadina che ha caratterizzato a lungo il nostro territorio. Dopo una attenta attività di restauro e di valorizzazione realizzata con i fondi regionali della L.R. 30/1977 e con i contributi europei dell’Obiettivo 2,  il 15 Maggio 2005  la struttura è stata inaugurata  e riaperta al pubblico diventando cellula dell’Ecomuseo delle Dolomiti Friulane ‘Lis Aganis’ e sede di attività culturali  nonché centro  di aggregazione per la comunità. Passando ora alla visita, illustriamo nello specifico i vari ambienti. Lo scenario che si vedeva dalla strada provinciale nel 1928 era completamente diverso dall’attuale. La roggia si divideva in diversi canali le cui cascate facevano girare quattro ruote a pale: la ruota per il funzionamento della segheria che si trovava sul lato ovest del mulino; le due ruote che alimentavano due gruppi indipendenti di mole a pietra; la quarta ruota che dava il moto alla parte più antica del mulino denominata ‘I pestelli’  funzionante con il principio del mortaio (sala della “pila da orzo”). Con la ristrutturazione del 1930 le quattro ruote a pale sono state sostituite da una turbina del tipo ‘Francis’ (tuttora esistente) per potenziare e articolare la forza motrice in funzione dei nuovi mulini a rullo acquistati un Ungheria. Eccone  il funzionamento: un volantino a mano apre le pale della turbina regolando la velocità di rotazione e potenza. L’asse della turbina è collegato con dei giunti ad un’asse che copre tutta la larghezza del mulino. L’asse è fornito di pulegge di vario tipo che danno il moto alle macchine attraverso cinghie di cuoio. Lo stesso asse della turbina si estende anche dal lato opposto e comandava la segheria e la trebbiatrice. All’ingresso del manufatto, sul lato destro del ponte  di legno non sfugge alla vista la vecchia ruota a pale (entrata in funzione nel 1930) che, alimentata da una dinamo, permetteva di produrre corrente elettrica sufficiente ad illuminare il mulino, le abitazioni adiacenti e le altre quattro case che costituivano la borgata. La stessa forniva inoltre forza motrice alla officina di manutenzione che si trovava al piano terra (fucina-falegnameria) ora ingresso, dove si trovavano sega circolare, tornio da legno, sega a nastro, mola per affilare i coltelli, trapano, ventola per la fucina del fabbro che costruiva anche carri agricoli e serramenti per le abitazioni.  Sulla parete nord della sala a doppia altezza si trovava il prezioso affresco  di ‘Madonna con Bambino’  attribuito a Giovanni Antonio de Sacchis detto ‘Il Pordenone’ databile tra il 1524 e il 1527 quando l’artista soggiornò e lavorò in questa parte del Friuli. Nel 1957 su intervento dell’allora ordinario della cattedra di disegno nella Scuola Media di Spilimbergo, prof. Oddone Saccon di Conegliano, l’affresco fu staccato e consegnato allo stesso professore  per il restauro (documento dd. 04.10.1957 a firma di Odovilio Polli (v. bacheca).  L’impossibilità finanziaria di riappropriarsi dell’opera a restauro ultimato, ha fatto si che l’affresco fosse collocato e conservato nel Museo Civico di Conegliano.  Sulla parete sono ben evidenti i frammenti dell’affresco emersi nella fase di restauro dell’edificio. La parete est della stessa sala è  impreziosita dall’opera del famoso artista contemporaneo: Vittorio Basaglia, legato al territorio ed a questo mulino da un interesse storico-culturale e da una motivazione sentimentale. Marta Polli, pittrice, sua compagna di vita è infatti  parente dell’ultimo mugnaio. L’Amministrazione comunale di Pinzano  ha commissionato l’opera conoscendo la grande passione che il pittore ha sempre manifestato per il mulino, la sua storia reale e romanzata, che riproduce nel quadro dipingendo la ‘sua’ Madonna di Ampiano. La sala centrale rappresenta il fulcro del mulino. Qui sono posizionate le attrezzature essenziali: i  tre mulini, le varie strutture di trasporto dei cereali e quelle di trasmissione della forza motrice poste in canalizzazioni sotterranee. Gli impianti, originali,  appartenenti a varie epoche ci mostrano la complessità del sistema molitorio. La macina a pietra è sicuramente successiva ai ‘pestelli’ vista la tecnologia impegnata. Essa è costituita da due mole di pari diametro con un foro al centro. La parte inferiore è fissa e dal foro centrale passa un mandrino che mantiene sollevata la mola superiore  e la fa ruotare. Un sistema di leve permette di regolare a 2-3%  millimetri la luce fra le due superfici. Una coppia di ingranaggi conici (pignone-corona) trasforma il moto orizzontale dell’albero motore in moto verticale. I cereali da macinare venivano versati nella ‘pila’  posta a livello del pavimento e da qui tramite l’elevatore a scodelle finivano nella ‘tramoggia’ in legno al centro della mola superiore. Per effetto vibrazione i cereali scendevano dal foro centrale. La mola iniziava la macinazione e per forza centrifuga il macinato veniva spinto verso l’esterno. Il carte che circondava la mola  convogliava il macinato verso l’apertura sul davanti e da qui al setaccio alternativo che separava la farina dalla crusca. Crusca e farina venivano raccolte in due distinti sacchi agganciati al setaccio. Con questo sistema si macinava oltre al granoturco, frumento, orzo e anche castagne e carrube la cui farina serviva per l’alimentazione degli animali. Anche il granoturco intero (con i tutoli) veniva macinato con lo stesso processo previo una prima fase di  rottura con un frantoio a coltelli che si trovava sopra la ‘pila’. Questo prodotto era esclusivamente destinato all’alimentazione animale. Con l’usura le mole diventavano lisce e la superficie del lavoro tendeva ad impastare i cereali. Si procedeva perciò all’affilatura. La mola superiore veniva agganciata ad una apposita ‘giostra’, sollevata spostata dalla sede e rovesciata. Entrambi le superfici delle mole venivano riaffilate con dei martelli a punta temperata, centimetro dopo centimetro, fino ad ottenere la ruvidità necessaria. Questa manutenzione veniva eseguita anche una volta al mese (quasi sempre di notte per guadagnare tempo sulla molitura). Nel 1930 venivano acquistati dalla ditta Ganz & Co. di Budapest (Ungheria) due nuovi mulini: uno per la sola macinazione del granoturco (a fianco della macina a pietra) ed uno per la sola macinazione  del frumento (di fronte). Il granoturco veniva versato nella ‘pila’ e da qui portato trasferito al piano superiore attraverso l’elevatore a scodelle. Dopo essere stato privato dalle impurità veniva fatto scendere gradualmente fra due cilindri dentati ruotanti in senso inverso per avere la rottura dei grani. Il prodotto arrivava ai setacci alternativi che avevano la funzione di separare la prima farina (molto fine) detta di rottura, dal prodotto grossolano che risaliva con l’elevatore e veniva macinato da una seconda coppia di cilindri a dentatura più fine. Il macinato finiva nei setacci dove avveniva la separazione definitiva tra farina e crusca. La portata del ciclo era di 10-15 Kilogrammi. Questo sistema di macinazione è tutt’ora validissimo e viene ancora utilizzato a livello industriale. Il mulino a cilindri per la macinazione del solo frumento ha un meccanismo più complicato ma il principio di funzionamento è uguale a quello del granoturco. Il primo passaggio avveniva attraverso una coppia di cilindri dentati; la seconda fra cilindri lisci. Un sistema di elevatori portava il macinato fino alla torretta dove un grosso cubo sospeso e oscillante composto da decine di setacci di tutte le misure cominciava a separare il semolino dalla crusca e la farina 00 dal semolino. I setacci più fini erano fatti di tela di seta. La raccolta del macinato avveniva al piano terra nei cassoni riservati rispettivamente al semolino, farina 00, alla farina integrale e alla crusca. La portata del ciclo era di almeno 500 Kg. La sala della ‘pila da orzo’ è riemersa dalle macerie durante i lavori di restauro. Il pavimento in pietra squadrata conserva perfettamente i due mortai in pietra di forma ovale. Ai lati i fori di appoggio della struttura lignea  cui era collegato il meccanismo che consentiva di alternare il movimento dei pestelli da orzo, da rotatorio a verticale. La struttura lignea dei due pestelli terminava  con una testa di ferro. Si tratta probabilmente della macchina  più antica del mulino  inserita all’interno della struttura muraria originaria. Con la ristrutturazione del 1930 e la diversa organizzazione del mulino questa antica struttura venne abbandonata in favore delle ‘modernità’. Al mulino arrivavano clienti da tutti i paesi vicini con carretti dalle ruote di ferro prima e di gomma poi, portati a mano; con carri trainati da cavalli o buoi ed anche con le biciclette quando il quantitativo era più limitato. I sacchi dei cereali venivano subito pesati e veniva annotato sugli stessi peso e nome del proprietario. Per lo più i piccoli carretti erano portati a mano dalle donne che nell’attesa del macinato approfittavano per fare il bucato alla roggia o si dedicavano al cucito senza tralasciare l’affascinante arte del ‘linguaggio’. Andare al mulino diventava così anche un’occasione di incontro e di scambio di idee e perché no, un momento di spensieratezza per i più piccini che curiosando tra i sacchi di farina s’impolveravano a tal punto  costringendo le madri ad accordare loro  qualche bagno rinfrescante nella roggia, durante il periodo estivo.