Percorsi tra natura e arte

Il Pordenone

Giovanni Antonio, nasce a Pordenone tra il 1483 e il 1484. Figlio del maestro muratore Angelo Q. Bartolomeo de Sacchis, di lontana discendenza lombarda “de Lodesanis”, oggi è noto come “il Pordenone” nome del luogo natale, reso glorioso grazie alle sue opere. È stato riconosciuto dalla critica come il maggior frescante friulano del Rinascimento ed uno dei più grandi del Cinquecento. Le sue opere e i numerosi cicli di affreschi si trovano in molti monumenti dell’Italia centrale e settentrionale. Il Vasari lo descrive come un autodidatta alla ricerca del proprio codice espressivo personale cogliendo dalle esperienze altrui gli aspetti che gli interessavano, tralasciando il resto. “Il Pordenone” si presenta come una figura di transito tra l’artista per così dire “popolare” e quello “colto” che esprimeva il proprio sapere attraverso le opere d’arte. “Il Pordenone” viene descritto come uomo dal temperamento turbolento, collerico e passionale. Pittore complesso sia dal punto di vista formativo che artistico, spesso pronto a cambiare rotta per adattarsi alle esigenze della committenza. La vita non gli serbò fortuna, ma piuttosto lotta in paesi di modeste risorse e di poche esigenze. Per cercar miglior sorte, che arrivò quando la sua vita volgeva ormai rapida al tramonto, dovette andar randagio per la Lombardia, terra dei suoi avi paterni, per l’Emilia e la Liguria. Il coraggio di combattere dovunque le sue battaglie lo fece curioso e intraprendente e lo portò alla Città Eterna, meta ormai necessaria per la sua sete di conoscenza e di confronto con la grande arte. Si stabilì a Venezia, luogo in cui gli bastò respirare l’aria sottile dell’arte veneziana, perché un’ebbrezza felice mettesse ali al suo pennello. Si sposò tre volte: nel 1504 con Anastasia, figlia di Maestro Stefano da Belluno; nel 1513 con Elisabetta Quagliata e nel 1533 con Elisabetta Frescolini dalla quale ebbe quattro figli. Morì improvvisamente in una locanda di Ferrara in circostanze poco chiare, senza conforto di parenti, solitario, lontano dalla sua patria e dalla conquistata Venezia. Il periodo friulano del Pordenone ha illuminato, assieme ad altri artisti, la storia del Cinquecento nel Friuli Occidentale. Anche la pedemontana pordenonese e il Comune di Pinzano al Tagliamento hanno beneficiato di tanta magnificenza negli anni che vanno dal 1504 al 1537; un periodo storico in cui il Friuli fu oggetto di contesa tra gli Austriaci e la Repubblica di Venezia, alla quale la maggior parte del Friuli aveva fatto atto di dedizione. La cittadina di Pordenone passò varie volte dagli Austriaci ai Veneziani; ai disagi delle occupazioni e dei saccheggi si aggiunsero la carestia, la peste e nel 1511 il terremoto. Stando al Vasari, proprio per scampare a tali pericoli, “il Pordenone” si sarebbe trattenuto per un lungo periodo nelle nostre zone in “contado”, lavorando per gli abitanti del luogo, lasciando una testimonianza indelebile nei monumenti delle località dello spilimberghese. Pressoché incalcolabile è la quantità di opere “a fresco” eseguite, irrimediabilmente perdute o danneggiate in molti centri del territorio in cui a tappe e fasi saltuarie “il Pordenone” fu invitato o si recò a lavorare. Tra le cause principali di tali perdite e danneggiamenti, le condizioni ambientali-meteorologiche in cui esse furono collocate ed esposte (facciate di chiese, di palazzi). Un inventario delle opere perdute e danneggiate non è possibile né, se lo fosse, potrebbe avere pretese esaustive. A parte i danni rovinosi subiti durante la prima guerra mondiale che coinvolse le zone in cui si trovano maggiormente disseminate le opere del Pordenone, vari dipinti appartenenti a cicli del maestro, della sua scuola, della cultura veneta a lui contemporanea, recano ora i segni laceranti del devastante terremoto che colpì le località occidentali del Friuli nel 1976. Fra quelli più o meno gravemente lesionati dalle scosse telluriche, si segnalano i dipinti della Chiesa di Santa Maria dei Battuti a Valeriano, sulla cui facciata il grande affresco del San Cristoforo ha patito una vasta, profonda fenditura, mentre la Natività condotta sulla parete interna a nord ha riportato rigonfiamenti dell’intonaco pittorico percorso da numerose screpolature. Le gravi lesioni prodotte negli archi portanti della cupola del Duomo di Spilimbergo indussero insidie, ai fini protettivi e conservativi, agli affreschi che “il Pordenone” eseguì su uno dei pilastri con le raffigurazioni di San Rocco e Sant’Erasmo, di cui fu auspicato lo “stacco”. Preoccupazioni suscitarono inoltre le condizioni degli affreschi della Chiesa di Travesio. Il soffitto della volta riportò fessurazioni: frammenti di intonaci caddero in più punti, facendo temere per la stabilità del complesso pittorico. I due affreschi eseguiti dal Pordenone a Pinzano, utilizzati come pale di altare, raffiguranti la Madonna con Bambino e in Maestà, risultarono in condizioni precarie, essendo state sensibilmente lesionate le strutture della chiesa parrocchiale. Danneggiati infine gli affreschi della parrocchiale di Vacile. Per riscoprire alcune delle opere più significative sopravvissute alle condizioni ambientali e meteorologiche, ai terremoti e talvolta, anche all’incuria dell’uomo, ripercorriamo l’itinerario che da Spilimbergo ci porta fino a Pinzano al Tagliamento.

SPILIMBERGO

La città di Spilimbergo, rinomata per il mosaico e il centro storico che ospita nel mese di agosto un’imponente rievocazione storica, all’interno del Duomo di Santa Maria Maggiore presenta alcuni importanti dipinti del Pordenone. In particolare nella struttura gotica – romana costruita fra il 1284 e la metà del ‘300, per quanto concerne i dipinti di supporto mobile, la scena è dominata proprio dalla decorazione dell’organo dovuta all’Artista. Risalenti al 1524, troviamo L’Assunzione di Maria (navata sinistra), Caduta di Simon mago e Conversione di Saul (navate interne), nella cantonaria Nascita e Sposalizio della Vergine, Adorazione deiMagi e Fuga in Egitto, Gesù fra i dottori. Sui fianchi della cassa grottesche con i Profeti David e Daniele, e due semilunette con Paggi reggistemma (navata destra) a tamponare le aperture laterali dell’arcone. Usciti dal Duomo, attraversato il ponte sul fossato, la corte interna del castello offre lo spettacolo del paramento murario, affrescato nel 1480-1490, ma di dubbia attribuzione. È infatti da accertare se si tratta di opere giovanili del Pordenone oppure come sostengono molti, di opere di Andrea Bellunello.

GAIO

A pochi chilometri a nord di Spilimbergo, tra il fiume Tagliamento e il torrente Cosa, si trova la frazione di Gaio, a cui si arriva agevolmente percorrendo la strada provinciale. Località a vocazione agricola, con possibilità di ristorazione nella confinante frazione di Baseglia. Dal centro dell’abitato percorrendo una strada sterrata che conduce verso la campagna sulle rive del Tagliamento, si accede alla Chiesa votiva di S. Marco, in cui sono conservati affreschi ancor più precoci, opere giovanili lontane dai risultati che “il Pordenone” raggiungerà successivamente. La cupola è stata affrescata con le immagini dell’Eterno Padre e degli Evangelisti, presumibilmente nel 1507. Opera che pur nel carattere sperimentale contiene l’originalità della soluzione spaziale con elementi che “il Pordenone” avrà modo di sviluppare nel prosieguo della sua attività. Oggi lo stato di conservazione non è dei migliori, e anche la documentazione è scarsa.

VACILE

La piccola frazione di Spilimbergo, a vocazione agricola con ristoro a carattere familiare, si colloca a pochi chilometri a nord-ovest del capoluogo. Vi si accede da Gaio, attraverso una strada interna che supera il torrente Cosa, o dalla provinciale che da Spilimbergo conduce a Travesio. Qui la Chiesa di S. Lorenzo, un edificio restaurato e consolidato secondo le forme originarie dopo il sisma del 1976, custodisce il più antico ciclo di affreschi del Pordenone (1506-1510 ca.). Si tratta di un esempio di maturazione artistica del pittore, importante per seguire i primi passi in senso manieristico della sua tecnica e poetica. La superficie della volta dell’abside completamente affrescata. Le scene risultano distribuite in otto scomparti, raffiguranti al centro il Cristo Risorto con lo stendardo nella destra e in atto di benedire; su di lui la divina colomba mentre due angeli lo assistono pregando. Nelle vele contigue i Padri della Chiesa seduti su nubi entro mandorle a raggera originariamente dorate; li affiancano putti che reggono mitre, pastorali e i sacri testi. I vertici inferiori sono occupati da Profeti ed Evangelisti. I campi minori delle volte in prossimità del sottarco ospitano le figure di Enoch, di un angelo e di Elia, mentre all’esterno restano tracce di sinopie relative ad una Annunciazione e una frammentaria figura di santo. Gli affreschi sulle pareti del coro rappresentano il Martirio di S. Sebastiano e di S. Lorenzo, la Resurrezione di Cristo e la scena relativa all’episodio di S. Lorenzo che presenta i poveri all’imperatore. Sui lati obliqui e sulla parete di fondo sono raffigurati gli Apostoli a gruppi di quattro. Lo stato di conservazione delle opere è buono.

TRAVESIO

Proseguendo il nostro viaggio verso nord, la strada provinciale 1 ci conduce a Travesio. Ridente località a vocazione agricola e artigianale, collocata ai piedi del monte Ciaurlec, offre diversi punti di ristoro e occasioni di escursioni in mezzo ad una natura quasi incontaminata. Proprio all’entrata del paese ci accoglie sulla destra la Chiesa di S. Pietro, il cui corpo ottocentesco non lascia intuire le origini medievali. Nella parrocchiale eccelle per importanza e bellezza il presbiterio a sei lati con una finestra mediana, sormontati da lunette e da vele molto acuminate che vanno a terminare nella cuffia con cui si chiude la volta. Nel mezzo il Cristo trionfante tra le nubi con uno sciame di angioletti che aleggia intorno, attorniato dai profeti, mentre S. Pietro gli si inginocchia innanzi. Fra gli splendidi affreschi dell’abside si segnalano due poderosi San Sebastiano e Rocco alle imposte dell’arcone, Virtù cardinali e teologali nel sottarco, Assunzione di San Pietro nella volta, Episodi dell’Antico Testamento putti, satiri e decori fitomorfi negli spicchi laterali, Storie di S.Pietro nelle lunette. Alle pareti Conversione di Saulo, Decapitazione di San Paolo, Pietà, Nozze di Cana, Adorazione dei magi. “Il Pordenone” lavorò per realizzare il ciclo di affreschi in due tempi ben distinti: il primo al rientro da un viaggio a Roma (1515-1517), il secondo per portare a conclusione la decorazione parietale, una decina d’anni dopo (1525-1526 ca.). Il ciclo permette dunque di seguire l’evolversi dello stile del Pordenone fino all’acquisizione della sua maniera più matura (successivamente alla grande impresa decorativa della Cattedrale di Cremona), fatta di plasticità, teatralità e dinamismo, come testimoniano le figure di Saulo che stramazza al suolo col suo cavallo nella Conversione, o quelle dei due personaggi che assistono alla Decapitazione.

BORGO AMPIANO

Percorrendo la strada provinciale che da Travesio conduce a Valeriano, si arriva alla tranquilla località di Lestans a cui il torrente Cosa ad est fa da cornice e confine con il Comune di Pinzano al Tagliamento. Nella Chiesa Parrocchiale di S. Maria il coro con affreschi dell’Amalteo e del Pordenone brilla alla luce del crepuscolo. Passato il ponte sul Cosa, entriamo nel comune di Pinzano e la nostra attenzione è attratta dalla costruzione del Mulino di Borgo Ampiano. Il mulino, costruito nel XV secolo nel corso degli anni ha subito diversi interventi effettuati per far fronte alle necessità di consolidamento e ampliamento. L’ultimo intervento, realizzato con i fondi regionali della L.R. 30/1977 art. 8 e concluso nella primavera 2004, ha ridato splendore ad un edificio che raccoglie al suo interno le memorie della civiltà contadina della pedemontana. Anche questo edificio ci riconduce al nostro Artista. L’elemento pittorico più importante all’interno del mulino era infatti un affresco attribuito al Pordenone, raffigurante la Madonna della Misericordia, datato tra il 1524 e il 1527 e dalle misure imponenti considerato lo spazio che lo ospitava (cm 270 x 210). L’affresco Madonna del mulino dal Pian rovinato dal tempo, ridipinto malamente da uno scalzacane dell’800 e infine ripulito, dal 1957 è stato trasferito al Museo Civico di Conegliano, dove, pur deperito è ancora leggibile. Oggi lo spazio un tempo occupato dall’affresco, ospita l’opera di un altro artista: Vittorio Basaglia. Tra i due pittori corrono cinque secoli, ma sono legati da un doppio vincolo, intensamente poetico: la loro storia e quel mulino. Quando l’Amministrazione comunale di Pinzano propose al Maestro Basaglia di preparare un quadro per il mulino di Ampiano, si pose subito una domanda cruciale: perché mai “il Pordenone”, che era già il “pictor modernus” reduce dai fasti di Cremona e faceva la spola, per dipingervi con lauti profitti affreschi e tele, tra le auliche sedi religiose o padronali di Pinzano, Travesio, Valeriano, Sequals e Spilimbergo, aveva sostato nel piccolo borgo di Ampiano per affrescare il mulino di un povero mugnaio o di una povera mugnaia che certo non lo poteva remunerare con ducati sonanti?“Il Pordenone”, come ci informa il Vasari, era un uomo singolare: ruvido e rissoso, imprevedibile. Ma vecchie carte curiali ci dicono anche che ci teneva al soldo, tant’è vero che da queste parti interpellò più volte i giudici per venire a casa dei suoi crediti da lavoro. E allora perché regalare a dei poveracci, in un luogo tutt’altro che prestigioso, un affresco che altri avrebbero pagato con il fiore in bocca? Domanda che non interessa agli storici, ma che invece stuzzica la fantasia di Basaglia e anzi gli suggerisce una risposta da libro dei sogni: là, in quel mulino, “il Pordenone” aveva incontrato la bella mugnaia e forse l’aveva fatta posare in segno di imperituro ricordo, o di riconoscenza, o di rimorso sentimentale. “Il Pordenone” era un narcisista: in più quadri, contrariamente agli usi ed ai costumi del tempo, si ritrae sotto le sembianze di questo o quel santo. Bellissimo, di una bellezza “moderna” e sfrontata, atletico eppure dolente, aggressivo eppure malinconico, guarda sempre negli occhi chi abbia la ventura di guardarlo. Basaglia nel dipingere la “sua” Madonna di Ampiano, pensa a questa storia, e si genuflette nel contempo ai suoi ricordi personali. Gli ripiombano addosso gli “ospiti notturni” che affollarono i giorni del terremoto; che accompagnarono la sua caduta rovinosa dai tetti di una stalla vicina al mulino dov’era intento a costruirsi il nuovo studio; che promossero il desiderio di fuggire, e che infine lasciarono il posto all’epifania che porta il nome di Marta. Marta pittrice, Marta compagna di vita, Marta come madonna. Marta Polli, “l’ultima mugnaia” del mulino di Ampiano. Si, c’è qualcosa di struggente e di audace in questa pagina del libro dei sogni di Basaglia. Forse si chiamavano Polli quelli che costruirono il mulino, che lo governarono per secoli, che ospitarono “il Pordenone” quando dipinse la Madonna. È certo comunque che l’ultimo mugnaio fu lo zio di Marta, lo zio Rino, ora ottantaduenne, che macinò grano fino agli anni Sessanta. Da “pictor modernus” quale era considerato, “il Pordenone” fu l’espressione, com’è stato scritto, “dell’incertezza esistenziale e delle inquietudini religiose” che travagliarono il suo secolo. È soprattutto in questo senso che egli sopravvive nel quadro di Basaglia. Segno, ancora una volta, che la pittura, pur ripetendosi, si rinnova e, forse, rinnova ancora il mondo. La permanenza sul nostro territorio fino al 1527-1528, pur in concomitanza con l’assunzione di importanti commissioni a Venezia, Cortemaggiore, Piacenza e Genova, è testimoniata dalle importanti decorazioni effettuate nella Chiesa dei Battuti a Valeriano e della Capella di S. Sebastiano a Pinzano.

VALERIANO

Lasciando il mulino e la sua poetica storia, proseguiamo verso la frazione di Valeriano. Oltrepassato il bosco di origine planiziale, svoltando a sinistra ecco che sul colle ci accoglie la Chiesa Parrocchiale di S. Stefano, che insieme alla Chiesa dei Battuti conserva ancora alcune fra le opere più significative dell’Artista. Il 28 ottobre del 1909 l’ispettore Conte Zoppola informò l’architetto Massimiliano Ongaro, direttore dell’Ufficio regionale dei monumenti di Venezia, che il parroco di Valeriano Don Giuseppe Bertoni, nello spostare una tela dipinta di scarso valore da un altarino destro dell’altare maggiore, vide apparire un affresco a forma di trittico. Il dipinto portava la data 1506 e la firma “Zuane Antonius de’ Sacchis abitante in Spilimbergo”. Con questa segnalazione ufficiale riapparve nella storia dell’arte quella che viene ormai considerata dalla maggior parte degli studiosi la prima opera certa del Pordenone. L’opera subì danni piuttosto gravi nel terremoto del 1976, fenditure e spaccature ne compromisero l’assetto unitario, ma un successivo restauro la riportò alla condizione originaria. Entrando dall’ingresso principale della Chiesa parrocchiale di S. Stefano a Valeriano, il dipinto è collocato sul lato destro dell’arco trionfale, aperto da un arco a sesto acuto; da alcune fotografie di repertorio appare inserito all’interno di un altare tipicamente rinascimentale. Tale struttura non compare nelle documentazioni fotografiche successive al sisma, si presume quindi fosse stata eliminata precedentemente. L’opera, che raffigura S. Michele Arcangelo in atto di calpestare Satana tra i SS. Valeriano e Giovanni Battista, si sviluppa per tutta la larghezza della parete, mentre per quanto riguarda l’altezza, non è chiaro quale fosse il progetto pordenoniano. Se il fresco fosse stato pensato semplicemente per essere collocato all’interno dell’altare non avrebbe superato l’altezza attuale. L’idea dell’altare potrebbe anche essere stata un’aggiunta successiva dettata dal volere di qualche committente.Il giovane Pordenone palesa un grafismo ancora quattrocentesco, accompagnato però da un’innovativa capacità di utilizzo della luce, appare legato ancora a rappresentazioni di carattere votivo dallo schema compositivo e dal linguaggio piuttosto semplici, si dimostra impacciato nel gioco degli spazi. All’interno delle nicchie infatti, le figure dei santi sono disegnate secondo una visione scorretta. Inoltre “la tecnica dell’affresco rossigna, il gusto delle marmoraturedelle cornici dello sfondo, il trattamento della capigliatura sono tipici della scuola tolmezzina”. Nel Trittico, pur ricco di imperfezioni e indecisioni, si intravede però già lo stile del Pordenone, un’eleganza nervosa della figura e uno slancio aggraziato che il tempo farà soltanto più vigoroso e convinto. Attraversato il piazzale antistante la Parrocchiale, sull’altro lato della strada provinciale Val d’Arzino, si erge la Chiesa di Santa Maria dei Battuti che, oltre a importanti lacerti di affreschi medievali, ospita prestigiose opere del nostro Artista. Nel 1524, a distanza di diciotto anni dalla sua prima opera (il Trittico), venne commissionato al Pordenone di realizzare la decorazione della facciata esterna di questa piccola e antichissima Chiesa. Come documentato dai registri parrocchiali, il lavoro fu eseguito al prezzo di quarantacinque ducati: “Adi primo ottobre 1524. Noto, et manifesto como io Zuan Antonio de Sachis pictor da Pordenon son remasto dacordo con la Fraternità de Santa Maria de Valeriano de la pictura de la faciata de dicta Giesia, et questo per prezio de ducati quarantacinque a reson de lire sei, et quattro per ducato, videlicet ducati quarantacinque”. Risulta oggi difficile comprendere quali siano state le motivazioni che hanno spinto l’Artista ad accettare di ritornare in questo piccolo paese di campagna dopo la straordinaria esperienza di Cremona e Treviso; forse l’amore per una donna o la profonda amicizia verso qualche committente devono averlo convinto a tornare per lasciare una nuova impronta pittorica più matura e meditativa, in netto contrasto con le rozze linee giovanili del dipinto della parrocchiale di Santo Stefano. La facciata venne affrescata in entrambi i lati del portale d’ingresso. La parte sinistra è stata suddivisa da una cornice in tre registri: in quello inferiore sono state raggruppate le figure di San Valeriano, San Giovanni Battista e Santo Stefano, in quello superiore il soggetto è l‘Adorazione dei Magi, sopra l’archivolto la Madonna in Trono con lo stemma dei Savorgnan, nobile famiglia locale. Nella lunetta sopra la porta si scorge la pittura dell’Ecce Homo e sotto gli spioventi del tetto, tra i passafuori lignei, gruppi di putti giocano con diversi animali. Infine, sul lato destro della facciata, “il Pordenone” dipinse la maestosa figura di San Cristoforo col bimbo Gesù in spalla; secondo la tradizione questo Santo veniva invocato dai fedeli per tenere lontani i mali, soprattutto la violenza degli uragani e i pericoli durante i viaggi. Arrivando dalla direzione di Spilimbergo, il Santo sembra quasi accogliere e dare il benvenuto a coloro che transitano per il paese. Gli affreschi sono giunti a noi in condizioni di degrado tali da renderne difficile la lettura. Ulteriormente danneggiati dal sisma del ‘76, sono stati più volte restaurati. Attualmente, dopo essere stati staccati dalla facciata, sono stati collocati all’interno della Chiesa e fissati ad una struttura che riproduce il profilo dell’edificio. Sulla parete esterna invece sono stati disegnati degli affreschi che ricordano i soggetti del Pordenone e la suddivisione delle scene delle immagini della facciata d’origine. La Chiesa di Santa Maria dei Battuti ospita altre due opere importanti del Pordenone: la Fuga in Egitto e la Natività. La prima è stata eseguita probabilmente nel 1524 insieme ai lavori esterni della facciata, poiché alcuni documenti attestano che in quell’anno il frescante ricevette per essa un pagamento. Il dipinto, collocato sulla parete sinistra della Chiesa e considerato per lunghi anni opera di un collaboratore del Pordenone, si trova oggi in uno stato di conservazione così pessimo da ora renderne difficile ogni suo studio e valutazione. La Natività, dipinta accanto alla Fuga in Egitto nel 1527, in ottime condizioni dopo il restauro, è un vero pezzo di bravura del Maestro, sia per la raffinatezza del disegno e il fastoso cromatismo sia per l’equilibrio della sua composizione. L’affresco che appartiene alla piena maturità dell’artista, denota sicuramente uno stato d’animo meditativo e rasserenato. La scena comprende San Giuseppe con ai piedi il contenitore dell’acqua per il viaggio, la Madonna con la candida veste, il Gesù bambino adagiato non in una classica mangiatoia ma su dei cuscini appoggiati a terra tra i ciuffi dell’erba, il bue e l’asinello. Sopra la capanna cadente scendono un gruppo di angioletti, in posizioni che fanno pensare ad un gioco o ad una danza. E si scorgono anche Sant’Antonio da Padova portante un giglio simbolo di purezza, e San Floriano protetto da un’armatura sotto la quale traspare un’elegante veste di seta a bande larghe gialle e viola impreziosita da fiorami; il Santo, soldato romano martire sotto Diocleziano agli inizi del ‘300, invocato come protettore dei pericoli del fuoco e dell’acqua e degli animali da stalla, porta in mano il ramo di palma simbolo del martirio. Eccezionali vi appaiono soprattutto gli effetti cromatici ottenuti nella veste di S. Floriano, legati alla magistrale conoscenza della tecnica ad affresco. Oltre la capanna una umile casa, tipicamente friulana, con figure femminili intente ad eseguire lavori domestici. Sullo sfondo, ravvivato da colline e montagne e illuminato dalla luce dell’alba, un angelo rivolge il suo annuncio ad un pastore che se ne sta con il suo gregge, e più lontano tre magi a cavallo, uno dei quali indica il cielo. La costruzione scenica dell’affresco rispecchia i canoni classici di una Natività intima e raccolta, cui fa da sfondo il mondo pastorale tipico friulano trattato con un dolce abbandono. L’opera comunica una dolcezza limpida e calma, perfino silenziosa, pur nella notevole complessità del soggetto e nella varietà festosa dei suoi colori.

 

PINZANO AL TAGLIAMENTO

Proseguendo verso est arriviamo a Pinzano al Tagliamento. Il Comune caratterizzato dalla presenza di importanti ambiti di valore culturale ed ambientale (castello del IX sec., fiume Tagliamento), è stato anch’esso tappa dell’Artista. Tant’è che nel 1967 il mondo artistico pordenonese venne scosso dal ritrovamento a Pinzano, da parte di Don Vittorino Zanette, di alcuni importanti documenti autografi del Pordenone. Dopo mesi di paziente lettura di vecchi manoscritti del XV e XVI secolo, il Parroco si era imbattuto in due rotoli su cui erano state registrate le entrate e le uscite della Chiesa Parrocchiale di San Martino. I libri, custoditi dai Camerari (Fabbriceri) della Fraternità di San Sebastiano, contenevano oltre ai movimenti di cassa, anche alcuni dei fatti più importanti che riguardavano la vita della Parrocchia. Questi scritti, che portavano la data del 1528 e del 1535, oltre a permettere la rivendicazione delle pitture della Chiesa al pittore pordenonese, consentirono la loro esatta collocazione cronologica. Nei documenti, solo “il Pordenone” viene nominato come colui che riceve il pagamento per le opere pittoriche collocate all’interno della parrocchiale di San Martino. La struttura attuale della Chiesa non è la stessa nella quale si trovò allora ad operare l’Artista. Inizialmente si trattava solo di un piccolo oratorio, simile ad una cappella, in stile gotico, riscontrabile dalle tracce lasciate sulla superficie muraria. La pianta attuale a tre navate è il risultato di lavori che vennero eseguiti tra il 1745 e il 1755 e che portarono all’ampliamento della Chiesa e al rifacimento della sua facciata. Il dipinto della Madonna con il Bambino, o Madonna in Trono, venne eseguito nell’anno 1525. La data di composizione, con i nomi dei committenti, è scritta sulla base dell’affresco e corrisponde all’anno della trecentesima quinta olimpiade cristiana, anno quinto: “Christianae olympiados trecentesimae quintae anno/quinto hanc entheactae virginis imaginem devota / unio ponendam curavit rectoribus sebastiano su / tore et ioanne henrico collegis annuente palladio templi rectore”. Il dipinto è stato eseguito nella navata destra della Chiesa, la scena è sollevata da terra attraverso un finto basamento che riproduce a fresco uno zoccolo di pietra e finto marmo. All’interno di una struttura compresa tra due colonne “il Pordenone” colloca su un trono la Vergine incoronata dagli angeli; il bimbo le è ritto sulle ginocchia, in atto di benedire, e in alto due angioletti tengono sospesa la corona, mentre altri due sollevano ai lati il manto. Ci troviamo di fronte ad uno dei più alti raggiungimenti del Maestro. Nonostante l’apparente somiglianza ai dipinti di Varmo, la Madonna di Pinzano si distingue per il timbro espressivo e l’alta plasticità. Secondo alcuni studiosi, tra cui il Vasari, la Madonna, nella purezza dei lineamenti rettilinei e concisi e nella posa incarnerebbe addirittura il personaggio femminile “tipo” del Pordenone. Traspare nella stessa monumentale composizione una straordinaria intimità; il tessuto pittorico assume una compattezza insolita, con risultati del tutto simili alla pittura ad olio, grazie anche alla cura riservata dall’artista alla preparazione degli intonaci. Inoltre una luce quieta e uniformemente diffusa accompagna il nascere e il crescere delle forme nello spazio e sembra trasmettere alle figure tutta la naturalità della vita. Dopo due anni “il Pordenone” viene nuovamente chiamato a Pinzano per affrescare il Martirio di San Sebastiano, che si trova nella Chiesa parrocchiale di San Martino, lo stesso edificio all’interno del quale aveva realizzato la Madonna con il Bambino. Fu incaricato di eseguire il lavoro presso l’allora Cappella di San Sebastiano, attualmente parte della navata laterale destra della Chiesa. Nei documenti della Confraternita si cominciano a registrare uscite per armatura, acquisto di colori e alloggio fornito al pittore nel 1527; a quell’anno risalirebbero quindi i primi interventi del Maestro nella Cappella. “Il Pordenone” ricevette dei pagamenti anche nel 1534 e nel 1535, come testimoniano i seguenti documenti: “Adì. 17. Agosto. 1534. Noto a caduna persona lezera la presente Come Jo Zuan antonio pictor Da pordanon confesso haver recevuto da piero de francesco et lonardo de Indri et bernardin de mistro biasio caligaro a conto della pictura de la cappella de San Sebastian Contadi lire tre soldi e dodese, ossia lire 3.p.12.”. Il fresco, posto sulla parete orientale della Cappella, raffigura San Sebastiano tra i Santi Rocco, Stefano, Niccolò di Bari e l’arcangelo Michele. San Sebastiano, addossato ad un pilastro, è sovrastato da un angelo che gli regge la corona. San Rocco esibisce con un gesto pacato la piaga. San Michele, coperto da una lucente corazza, trafigge un demonio dalle zampe palmate, mentre i Santi Stefano e Niccolò girano il capo verso gli astanti. Questi freschi costituiscono una tra le più importanti testimonianze dell’attività pittorica del Pordenone, nel momento immediatamente precedente al suo approdo a Venezia.

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